I report e le statistiche ci dicono che Bari è attrattiva per il lavoro, l’ultima analisi di Anpal-UnionCamere riporta per il trimestre settembre-novembre una richiesta di posti di lavoro di ben 33.450 unità a fronte delle 30mila del trimestre precedente. Tuttavia, alcune caratteristiche di questi posti di lavoro fanno in maniera tale da definire chiaramente chi stanno cercando le aziende baresi.

I dati del report Anpal-UnionCamere sul trimestre settembre-novembre ci raccontano che in provincia di Bari si cercano 33.450 persone da assumere. Ma da chi e per fare cosa è tutto da scoprire. Innanzitutto, il 68% delle offerte di lavoro arriva da aziende da meno di 50 dipendenti, vera spina dorsale del tessuto produttivo barese. Un altro dato importante è la tipologia di contratto, solo nel 23% dei casi a tempo indeterminato.

Addirittura si scende al 9% nell’ambito del turismo ma, si sa, purtroppo non essendo ancora riusciti a destagionalizzare il territorio di Bari attrae visitatori solo con la bella stagione. Va decisamente meglio nel settore delle costruzioni con il 32% dei posti offerti a tempo indeterminato. Attenzione però al primo campanello di allarme sul tema, si tratta di manodopera qualificata. Perché è questo il vero problema, come sottolineato spesso dalle associazioni datoriali, ovvero il gap tra domanda e offerta di lavoro in relazione alla formazione adeguata alle mansioni.

L’idea stessa di posto di lavoro va scemando in favore di un’occupazione più su misura.

Le giuste qualifiche e competenze sono ricercatissime e ben pagate, il resto è manovalanza a buon mercato. In qualsiasi ambito o settore, senza distinzione di preparazione scolastica anche se, evidentemente, chi non ha un titolo di studio è ulteriormente sfavorito. I sindacati riportano, giustamente, una difficoltà tra tessuto imprenditoriale e centri di formazione, a partire da scuole e università, a parlarsi. Questa mancanza ha fatto sì che per decenni si sono formate generazioni per lavori o mestieri che non servivano a nessuno. Tutti sanno quanto siano ricercate figure nel comparto tecnologico, ad esempio, ma pochi sanno che a Bari si laureano il 18% in materie Stem, più della media nazionale al 16%. Ma poi il tessuto imprenditoriale ne ha bisogno? Ecco come nasce l’emigrazione dei cervelli.

La formazione scolastica e universitaria sembra non siano in sintonia con il mercato ma a questa difficoltà di comunicazione stanno fornendo una risposta gli Its, centri di formazione che collaborano attivamente con le imprese del territorio, a cominciare proprio dalla didattica. Certo, con la digitalizzazione molte figure professionali non servono più ma molte altre si stanno creando. Allora, mentre si cerca di mettere in sicurezza i lavoratori delle vertenze occupazionali, vedi Bosch, Baritech e Brsi solo per citarne alcune, è il caso di fare il punto su ciò che siamo e dove stiamo andando prima di generare nuove schiere di disoccupati a caccia di sussidi.

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