La crisi di Natuzzi, simbolo storico del mobile imbottito pugliese e marchio globale quotato a Wall Street, entra in una fase ancora più delicata. L’azienda ha chiesto fino all’80% di cassa integrazione con effetto immediato da lunedì 20 aprile, aprendo uno scenario di forte incertezza per circa 1.700 lavoratori.
Una decisione che fotografa la profondità della crisi di fatturato che sta attraversando il gruppo, aggravata da un contesto internazionale definito “drammaticamente fermo”. Il rischio, ora, non riguarda solo i livelli occupazionali, ma la tenuta complessiva di uno dei principali poli industriali del Sud Italia.
Una crisi che va oltre l’azienda
Natuzzi non è solo un’azienda. È un pezzo di storia industriale del territorio tra Puglia e Basilicata. Un sistema produttivo che coinvolge l’intero distretto del mobile imbottito e dell’arredo, composto da circa 700 aziende e oltre 9.000 addetti.
Per questo la crisi non è circoscritta allo stabilimento di Santeramo ma si estende a tutta la filiera, con effetti a cascata su fornitori, subfornitori e piccole e medie imprese del territorio.
Il dato della richiesta di cassa integrazione all’80% rappresenta un segnale forte: l’azienda si trova in una fase di difficoltà strutturale che richiede interventi immediati.
L’intervento della Regione: “Non ci arrendiamo”
A fronte di questo scenario, la Regione Puglia prova a riaprire il confronto tra azienda e sindacati.
“Riapriamo il dialogo. Non ci arrendiamo”.
È questo l’appello lanciato dall’assessore allo Sviluppo economico Eugenio Di Sciascio, che ha annunciato la convocazione di una riunione interregionale del Distretto del mobile imbottito e dell’arredo, d’intesa con la Regione Basilicata. L’obiettivo è affrontare la crisi partendo proprio dalla vertenza Natuzzi e costruire soluzioni condivise per il rilancio del comparto.
“Natuzzi è il simbolo della capacità d’impresa pugliese e del talento creativo dell’Italia intera. La catena del valore che il gruppo genera nel territorio e nel Paese è di grande valore economico”, sottolinea Di Sciascio, evidenziando la centralità strategica dell’azienda.
Il rischio di una rottura definitiva
La situazione appare però complessa. La trattativa tra azienda e sindacati si è interrotta nelle ultime settimane, aumentando le preoccupazioni sul futuro. “Siamo infatti preoccupati, perché la crisi Natuzzi degenera sempre più e, con il mercato internazionale drammaticamente fermo, vogliamo evitare che la mancanza di un accordo acuisca ulteriormente le fragilità aziendali fino al rischio, sempre più vicino, di compromissione della sostenibilità dell’intero gruppo”, ha spiegato l’assessore. Il rischio, quindi, non è solo occupazionale, ma industriale: senza un accordo, l’intero equilibrio del gruppo potrebbe essere compromesso.
La proposta: incentivi all’esodo e ammortizzatori sociali
Tra le soluzioni sul tavolo, la Regione propone di ripartire dalle politiche di incentivazione all’esodo, rivolte in particolare ai lavoratori vicini alla pensione. “Lancio un appello alle parti: ripartiamo dalle politiche di incentivazione all’esodo, che dovranno però basarsi su un’indennità davvero allettante, tale da favorire le adesioni volontarie dei circa 400 dipendenti vicini al requisito pensionistico”.
L’idea è quella di chiudere rapidamente un primo accordo su questo fronte, per poi affrontare la questione degli ammortizzatori sociali, fondamentale per evitare che i lavoratori restino senza tutele. “Il resto verrà dopo, gradualmente. Ma senza perdere tempo potremo così dedicarci all’altra intesa, quella sugli ammortizzatori sociali, senza la quale si lascia l’occupazione priva di protezione”.
Politiche attive e supporto ai lavoratori
Accanto agli interventi immediati, la Regione punta anche sulle politiche attive del lavoro. “Metteremo in campo una progettualità mirata insieme ad ARPAL, che ha già aperto uno sportello ad hoc a Santeramo, per accompagnare i lavoratori e difendere l’azienda”. Un segnale che indica la volontà di non limitarsi alla gestione dell’emergenza, ma di costruire percorsi di accompagnamento e riqualificazione per i lavoratori coinvolti.
Il ruolo del distretto e della filiera
Uno dei punti centrali della strategia regionale riguarda il rafforzamento del distretto produttivo. “Crediamo fermamente che le soluzioni stiano proprio qui: nel patto di legalità, nell’aggregazione e nella messa in rete delle aziende del Distretto”. La crisi Natuzzi viene quindi letta anche come un’opportunità per ripensare il modello industriale, puntando su integrazione tra imprese, filiera e territorio.
Tra le azioni indicate:
- governare i processi di esternalizzazione delle attività non core
- rafforzare l’indotto
- sostenere l’internazionalizzazione delle PMI
L’obiettivo è aumentare competitività e redditività in un mercato globale sempre più complesso.
Una crisi industriale che riguarda il futuro del territorio
“Dobbiamo inoltre trovare – conclude l’assessore Di Sciascio -, insieme al sistema delle imprese, alle associazioni datoriali, ai sindacati e alle istituzioni locali, risposte concrete per Natuzzi e per l’intero settore, che oggi richiede misure straordinarie e urgenti a favore delle circa 700 aziende e dei 9.000 addetti, quasi tutti in sofferenza nel mezzo di una crisi industriale complessa, fortemente aggravata dalle dinamiche internazionali”.
La crisi Natuzzi rappresenta oggi uno dei casi più emblematici delle difficoltà dell’industria manifatturiera italiana, stretta tra globalizzazione, aumento dei costi e trasformazioni del mercato. A Santeramo e nell’area murgiana si gioca una partita che va oltre una singola azienda: riguarda il futuro di un intero sistema produttivo e la capacità del territorio di difendere e rilanciare una delle sue eccellenze storiche.

