Spegnere la scintilla del conflitto prima che diventi aggressione. È questa la strategia della ASL Bari per contrastare la violenza ai danni del personale sanitario, un fenomeno che vede le donne nel mirino in oltre il 60% dei casi. I primi risultati concreti arrivano dal Pronto Soccorso dell’ospedale “Di Venere”, dove tra il 2024 e il 2025 le segnalazioni di violenza sono diminuite del 50%. Un successo attribuito non solo a sistemi di allarme e vigilanza, ma soprattutto a una rivoluzione comunicativa: l’introduzione dell’infermiere di processo, figura chiave per mediare tra le attese dell’utenza e le dinamiche operative dei reparti d’urgenza.

Il bilancio delle attività di prevenzione sarà al centro dell’evento organizzato dal Comitato Unico di Garanzia (CUG) per il 12 marzo 2026 presso l’auditorium dell’ex CTO. I dati delle relazioni annuali mostrano una realtà sfaccettata: se da un lato le segnalazioni totali sono passate da 130 a 160, il dato è letto positivamente dai vertici sanitari come segno di una maggiore “cultura della denuncia” e di una migliore applicazione delle procedure aziendali.

La maggior parte degli episodi resta di natura verbale, ma preoccupa il dato sulle aggressioni fisiche, che nel 2025 hanno superato il 20%. Per rispondere a questa emergenza, la ASL ha messo in campo una massiccia attività formativa: 350 operatori di Pronto Soccorso e Psichiatria hanno partecipato a corsi di “de-escalation” per imparare a gestire i conflitti sul nascere. “La sicurezza dei nostri operatori è una priorità assoluta”, ha commentato Luigi Fruscio, direttore generale della ASL Bari, sottolineando come investire su ambienti di lavoro più strutturati porti benefici diretti anche alla qualità delle cure per i cittadini.

Oltre ai danni fisici, le relazioni aziendali iniziano a monitorare con attenzione anche il danno psicologico, rilevato nel 10% dei casi nel 2025. Un segnale di attenzione verso gli “effetti collaterali” invisibili che colpiscono medici e infermieri, vittime nel 80% dei casi di aggressioni provenienti dall’esterno (pazienti o parenti). La sfida per il 2026 sarà quella di estendere i protocolli di protezione anche al personale del 118, tra i più esposti sul territorio, per rafforzare quel patto di fiducia tra sistema sanitario e comunità che la violenza rischia di logorare.

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ViviBari
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