“Il cielo sulla testa” è il titolo di Gabriella Petino, autrice barese alla prima pubblicazione, che ripercorre il cammino dei due mari, da Polignano a Mare fino a Taranto. Sette giorni di camminata attraverso le strade meno battute del territorio per mettere alla prova e ritrovare sé stessi.

In una società che ci vuole sempre più produttivi e sempre più connessi si può ripensare la propria vita camminando? C’è un pezzo di turismo più profondo che non cerca la calca, tanto meno lo sballo a tutti i costi, ma si propone di riappropriarsi di sé stessi attraverso una lunga passeggiata attraverso le vie meno battute.

In questo scenario è ambientato il primo romanzo di Gabriella Petino, autrice barese trapiantata a Bergamo, che racconta dell’evoluzione della protagonista. Una donna moderna, sui 40 anni, volitiva, con una vita autonoma ma indaffarata tra mille impegni che non lasciano spazi a momenti di riflessione. Una manager con un lavoro impegnativo ed una storia d’amore agli albori che decide di ritrovare la sua strada interiore passando le vacanze in Puglia. Più precisamente decide di intraprendere il cammino dei due mari che la porterà ad attraversare a piedi un pezzo di territorio pugliese, da Polignano a Mare fino a Taranto, dall’Adriatico allo Ionio.

Tuttavia, è bene chiarire che la protagonista del libro “Il cielo sulla testa” non intraprende il viaggio per rimettersi in forma fisica o per svagarsi. Lo fa perché ha bisogno di ritrovare sé stessa e, nel corso del cammino, non mancherà di fare nuovi incontri e, soprattutto, nuove scoperte che riguardano la sua vita da vicino.

Spiega Gabriella Petino: “Parlare di un cammino equivale a parlare della propria evoluzione, il proprio avanzare sulla strada comporta una crescita interiore dovuta alla riscoperta non solo di sé stessi, ma anche di vecchie strade sterrate che hanno una storia e una propria evoluzione attraverso uno spazio e un tempo che sono stati quasi dimenticati dall’uomo ma non dalla natura, che incessantemente continua il suo avanzare. Quei muretti a secco che delimitano i campi, non sono solo patrimonio Unesco ma rappresentano un lavoro certosino di vecchie menti dove si poggiano nuovi sguardi di viandanti che ripercorrono quei tratturi medievali, facendoli tornare a nuova vita. Tornare ad un turismo cosiddetto lento, dona l’occasione di riscoprire lavori che sembrano persi nel tempo, si riscoprono così vecchie tradizioni alimentari, un modo di cucinare desueto ma che in quei luoghi resta l’unico modo di rivivere quel tempo dove i contadini non sprecavano nulla: né cibo, né tempo. Con il ritorno di nuovi passi su quelle vecchie contrade, abbiamo oggi la fortuna di far rinascere antiche tradizioni facendole combaciare con l’inarrestabile e logico evolvere dei tempi, restituendo così dignità a tradizioni contadine cadute in disuso“.

Guarda l’intervista a Gabriella Petino

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By Gennaro Del Core

Comunicatore, giornalista e consulente in relazioni pubbliche

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