Il caso Natuzzi non è un fulmine a ciel sereno ma il sintomo evidente di una malattia cronica. Osservare i cancelli degli stabilimenti che si chiudono e la produzione che migra verso Est o verso i mercati asiatici genera rabbia ma l’indignazione non serve a comprendere la realtà. La deindustrializzazione del nostro territorio è in atto e il processo sembra inarrestabile.

Per anni abbiamo creduto che le nostre competenze artigianali e la forza del “Made in Italy” potessero fungere da scudo contro le logiche spietate del mercato globale. I bilanci in rosso e i piani di esubero dimostrano il contrario. Le aziende, strette tra la necessità di competere sui prezzi e la spinta verso la redditività immediata, tagliano il filo che le lega ai territori. Il costo del lavoro e l’incertezza burocratica spingono i capitali altrove.

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Il mondo sta cambiando pelle e il modo di produrre subirà a breve una rivoluzione ancora più profonda. Se oggi la minaccia è la delocalizzazione verso Paesi con manodopera a basso costo, domani il vero concorrente sarà l’automazione spinta e l’intelligenza artificiale.

Le macchine intelligenti non chiederanno aumenti salariali, non faranno scioperi e renderanno obsolete intere filiere produttive. Ci troveremo di fronte a scenari in cui la chiusura di un reparto non sarà causata dalla concorrenza estera ma da un algoritmo più efficiente.

In questo quadro di trasformazione brutale sorge una domanda angosciante che la politica finge di non sentire. Quale futuro attende la fascia di mezzo? Parliamo di migliaia di lavoratori che si trovano in una terra di nessuno:

  • troppo vecchi per rientrare nel mercato del lavoro con nuove competenze digitali;
  • troppo giovani per accedere alla pensione e garantirsi una vecchiaia serena;
  • con famiglie a carico e mutui da pagare.

Le soluzioni messe in campo finora appaiono fragili. La politica locale e nazionale risponde ai tavoli di crisi con gli ammortizzatori sociali ma la cassa integrazione è una medicina che lenisce il dolore senza curare la ferita. Sono strumenti pensati per superare crisi temporanee, non per gestire cambiamenti strutturali di questa portata.

Siamo chiamati a immaginare soluzioni radicali. Dobbiamo ripensare il concetto stesso di reddito e di welfare in un mondo dove il lavoro manifatturiero tradizionale svanisce. Servono politiche attive coraggiose ma servono anche imprenditori capaci di creare valore nei settori non replicabili dall’intelligenza artificiale.

Dobbiamo puntare su tre leve strategiche:

  • valorizzazione estrema del turismo di fascia alta e dei servizi alla persona;
  • attrazione di capitali per i settori della sostenibilità ambientale;
  • costruzione di reti di impresa per proteggere le filiere locali.

Il tempo delle fabbriche sterminate e del lavoro garantito a vita appartiene al passato. O comprendiamo la velocità di questa trasformazione e costruiamo reti di salvataggio innovative per chi resta indietro, oppure il costo sociale di questa rivoluzione travolgerà l’intero sistema economico del nostro territorio.

Non possiamo permetterci di restare a guardare.

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By Gennaro Del Core

Comunicatore e giornalista

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