Le riflessioni del presidente della Camera penale di Bari, Guglielmo Starace, a margine di un convegno che si è tenuto a Milano, nel carcere di Opera, e che impone un approfondimento sulle reali finalità della sanzione penale e della pena detentiva.
“Ci vediamo in tribunale” o “L’hanno ucciso/a due volte” o “Vogliamo giustizia e non vendetta”, sono alcune delle frasi comuni, o per meglio dire dei luoghi comuni, che sentiamo a commento di sentenze che condannano, più o meno, qualcuno per aver commesso un reato.
Guglielmo Starace, presidente della Camera penale di Bari, però, dopo aver partecipato al congresso di Nessuno tocchi Caino, che si è svolto nel carcere di Opera a Milano, fa un’affermazione forte: «Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale». Il senso della dichiarazione sta nel riconsiderare le vere finalità della sanzione penale. L’opinione pubblica e la società tutta hanno ancora la percezione della corretta applicazione del diritto e delle sue pene per i colpevoli? Non si rischia, invece, di concentrarsi troppo sulla singola vicenda e perdere la visione di insieme?
Chiarisce Starace: «Il bellissimo titolo della seconda sessione del congresso mi ha fatto chiedere se la comprensione del tema da parte della società possa passare anche dall’uso di una terminologia differente, ossia se la rivoluzione culturale possa partire da una rivoluzione lessicale. Come possiamo cercare qualcosa di meglio del diritto penale? Anziché “diritto penale” potremmo chiamarlo “diritto rieducativo”, così cadrebbero le ultime barriere del bunker della pena come castigo. Potremmo riscrivere le norme in questo modo: “chiunque cagiona la morte di un uomo deve essere rieducato per un periodo da X a XX anni”. Potremmo stabilire le seguenti misure rieducative: affidamento in prova al servizio sociale, affidamento in casi particolari, rieducazione domiciliare, rieducazione in strutture diverse, semirieducazione. Ove si verifichi l’assoluta impossibilità di applicare una delle suddette misure, resterebbe soltanto da applicare la misura alternativa alla rieducazione, ossia la detenzione. Sarebbe definitivamente chiaro che la rieducazione, fondamentale passaggio per il bene della società, è l’unico fine della sanzione e che la detenzione resta al margine come ultima alternativa possibile. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso l’abolizione del carcere».

