Tra le pietre silenziose della Murgia, dove il paesaggio sembra immobile, riaffiora una pagina dimenticata del Novecento. È la storia di Campo 65, il più grande campo di prigionia d’Italia durante la Seconda guerra mondiale, oggi al centro della mostra “Archeologia a Campo 65. Tracce di guerra, resistenza, accoglienza, pace”, ospitata al Museo Civico di Bari dal 13 novembre al 4 dicembre 2025.

L’esposizione è promossa dall’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” – Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica, in collaborazione con l’Università di Foggia e l’Associazione Campo 65, con il patrocinio del Comune di Altamura e della Città Metropolitana di Bari. L’ideazione e la cura scientifica sono di Giuliano De Felice.

L’inaugurazione, prevista per mercoledì 13 novembre alle ore 18:00, vedrà la partecipazione di numerose autorità accademiche e istituzionali: Vito Leccese (sindaco di Bari e della Città Metropolitana), Vitantonio Petronella (sindaco di Altamura), Francesca Romana Paolillo (soprintendente ABAP), Roberto Bellotti (rettore dell’Università di Bari), Elisabetta Todisco (direttrice del Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica), Giuliano Volpe (delegato del rettore ai Beni Culturali) e Giuliano De Felice, curatore della mostra.


Un campo nella storia del Novecento

Costruito nel 1942 per accogliere i prigionieri di guerra catturati in Africa, Campo 65 raggiunse quasi 9.000 detenuti, in gran parte britannici, australiani e neozelandesi. Nei suoi 31 ettari sorse una vera e propria città nella campagna tra Altamura e Gravina, all’epoca centri con poco più di 50.000 abitanti complessivi.

Ma la storia del campo non finì con la guerra. Nei decenni successivi, l’area fu base alleata, luogo di addestramento partigiano, campo di istruzione militare, centro raccolta profughi e punto operativo della protezione civile. Solo nel 2017 Campo 65 è stato finalmente riconosciuto come bene di interesse storico.

Oggi ne restano pochi ruderi – la palazzina del comando, alcune baracche, otto torri di sorveglianza – ma dal 2021 il sito è oggetto di un progetto di archeologia del contemporaneo, promosso dalle università pugliesi e dalla Soprintendenza SABAP.


La memoria riattivata

L’archeologia, in questo caso, non scava solo nel terreno ma anche nella memoria. I resti del campo sono diventati punto di incontro di una comunità di patrimonio formata da cittadini, studenti, discendenti di prigionieri e partigiani, ex profughi e ricercatori. Una rete viva, capace di ridare voce alle pietre e di trasformare Campo 65 in un simbolo europeo di memoria, dialogo e pace.


La mostra: percorsi e domande per il presente

L’esposizione si articola in quattro sezioni tematiche – guerra, resistenza, accoglienza e pace – e propone un percorso immersivo fatto di 14 pannelli didattici, 3 vetrine espositive, 5 plastici ricostruttivi e una selezione di reperti rinvenuti durante gli scavi. Accanto agli oggetti autentici, trovano spazio repliche di manufatti realizzati dai prigionieri e materiali audiovisivi che documentano le diverse fasi del campo.

Attraverso immagini, mappe e ricostruzioni, la mostra invita a riflettere sulla fragilità della memoria del Novecento, sui temi dell’inclusione e dell’accoglienza e sulla necessità di leggere il passato per comprendere le sfide del presente.


Un itinerario della memoria

Dopo Bari, la mostra viaggerà nel 2026 verso Conversano, Altamura e altre città della Puglia e d’Italia, ampliando così la rete di conoscenza e partecipazione intorno a un luogo che, da simbolo di prigionia, è divenuto laboratorio di pace e di ricerca condivisa.

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