Un confronto acceso ma necessario quello andato in scena il 21 luglio 2025 a Bari, nel corso del convegno “Tra le righe del processo”. Magistrati, avvocati e giornalisti si sono interrogati sul delicato equilibrio tra verità processuale, diritto di cronaca e tutela dell’indagato.
Il rapporto tra giustizia e informazione non è mai stato semplice. In bilico tra il dovere di raccontare i fatti e quello di garantire un giusto processo, tra l’urgenza della notizia e i tempi lunghi della verità giudiziaria, il legame tra magistratura, avvocatura e stampa continua ad alimentare un confronto sempre più necessario.
È stato questo il cuore del dibattito emerso durante “Tra le righe del processo”, il convegno organizzato a Bari dagli Ordini dei Giornalisti e degli Avvocati e da AIGA – Associazione Italiana Giovani Avvocati di Bari. L’evento si è tenuto lunedì 21 luglio nel capoluogo pugliese, richiamando l’attenzione di numerosi professionisti.
Una riflessione condivisa su ruoli e responsabilità
Ad aprire i lavori sono stati Federica Stea e Andrea Tedeschi, in rappresentanza dell’Ordine dei Giornalisti: “La formazione continua su temi come questi – hanno spiegato – è fondamentale per i professionisti dell’informazione. Il giornalismo giudiziario richiede sempre più consapevolezza, tecnica e responsabilità.”
Il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari, Salvatore D’Aluiso, ha offerto un’immagine simbolica per introdurre il tema: “Duemila anni fa fu chiesto alla piazza di scegliere tra Gesù e Barabba. E sappiamo com’è andata. Anche oggi, quando i processi vengono portati in piazza, il rischio di distorsione è altissimo.”
Magistrati, avvocati e cronisti: tre punti di vista a confronto
A rappresentare la magistratura, Antonella Cafagna, presidente della sezione barese dell’ANM: “Libertà di informazione e diritto al processo equo sono due pilastri della democrazia. Il processo deve essere pubblico anche per garantire il controllo democratico, ma la spettacolarizzazione danneggia tutti. Il giornalista deve selezionare con cura le notizie, evitando toni scandalistici.”
L’avvocato penalista Roberto Tartaro ha puntato il dito sulle cosiddette “fughe di notizie”: “È gravissimo che un indagato venga a conoscenza della sua condizione dai giornali. Quando si finisce in prima pagina, si è già condannati dall’opinione pubblica. E quando, dopo anni, arriverà una sentenza, nessuno se ne interesserà più. È urgente colpire le responsabilità, ma il vero problema è culturale.”
Infine, il punto di vista della stampa con Chiara Spagnolo, cronista giudiziaria: “La nostra condizione è peggiorata. La giustizia è amministrata in nome del popolo, ma anche raccontata in suo nome. E oggi non è più semplice farlo. La cronaca giudiziaria non fa clic, a differenza della cronaca nera, e molti colleghi la evitano. C’è troppa prudenza quando si tratta di raccontare i processi a carico di politici o imprenditori. Eppure sono proprio quelli che dovremmo conoscere meglio.”
Tra diritto all’informazione e diritto alla difesa
Il convegno ha avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione il diritto alla difesa, il rispetto della presunzione di innocenza e il ruolo dell’informazione nella formazione dell’opinione pubblica. Questioni cruciali, oggi più che mai, in una società che vive tra la velocità del digitale e la lentezza delle aule giudiziarie.
Il confine tra diritto di cronaca e gogna mediatica continua a essere sottile. Ma proprio per questo, come emerso dai tanti interventi, serve un impegno comune tra magistrati, avvocati e giornalisti per costruire un nuovo equilibrio.

