La Compagnia Diaghilev porta sul palco il ritratto spietato di un matrimonio tossico. Sedici repliche per la regia di Alessandro Machìa nell’auditorium del borgo antico.
Mentre le mura dell’Auditorium Vallisa iniziano a vibrare sotto i colpi di un duello verbale senza esclusione di colpi, Bari riscopre uno dei testi più feroci e moderni del teatro scandinavo. Ha debuttato ieri sera, e proseguirà fino al 3 maggio, “Danza macabra” di August Strindberg, nuova produzione della Compagnia Diaghilev inserita nella rassegna «Teatro Studio 2026».
Lo spettacolo, diretto da Alessandro Machìa e basato sulla traduzione dell’esperto franco Perrelli, mette a nudo le dinamiche distruttive di una coppia alla soglia delle nozze d’argento, interpretata da un trio di veterani della scena: Gina Capuzzi, Paolo Panaro e Roberto Petruzzelli.
Una prigione chiamata matrimonio
Scritto nel 1900, il dramma (titolo originale Dödsdansen) è ambientato in una fortezza su un’isola remota. Qui vivono Edgar, capitano d’artiglieria, e Alice, ex attrice: due anime logorate da venticinque anni di convivenza forzata.
- La Fortezza: Non è solo un luogo fisico, ma la metafora di un isolamento emotivo dove il sarcasmo e il rancore sono l’unico pane quotidiano.
- Il Legame: Una dipendenza psicologica tossica dove i protagonisti non possono vivere insieme, ma sembrano incapaci di sopravvivere l’uno senza l’altra.
- L’Innesco: L’equilibrio precario viene rotto dall’arrivo di Kurt (il cugino), che funge da catalizzatore facendo esplodere verità rimaste troppo a lungo sotto la cenere.
Una regia claustrofobica
Alessandro Machìa trasforma lo spazio scenico della Vallisa in un luogo mentale. I personaggi si muovono in una “danza di morte” inevitabile, dove ogni parola è un’arma e ogni silenzio una condanna. La cura dei dettagli è affidata anche ai costumi di Annalisa Di Piero, realizzati dalla storica sartoria Annamode di Roma, che contribuiscono a restituire quell’atmosfera borghese soffocante e senza via d’uscita.

