C’è un dettaglio che, ogni estate, racconta più di ogni libro di storia il rapporto tra la terra di Bari e l’emigrazione: il ritorno. Le auto con targhe straniere parcheggiate nei vicoli dei centri storici, gli accenti che si mescolano al dialetto nelle piazze, i saluti tra chi non si vedeva da un anno intero. Non è un fenomeno recente: è la conseguenza di oltre un secolo di partenze, quelle degli uomini e delle donne del Sud che, dall’Unità d’Italia in poi, hanno lasciato le proprie case in cerca di un futuro migliore, senza mai smettere di considerare questa terra la propria casa.
Una storia lunga più di un secolo
L’emigrazione dalla Puglia, e in particolare dalla provincia di Bari, non è un fenomeno unico ma il risultato di ondate diverse che si sono susseguite a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. La cosiddetta “grande emigrazione”, tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del Novecento, spinse migliaia di famiglie baresi verso le Americhe: Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada divennero mete di chi cercava terra da coltivare o lavoro nelle fabbriche di città lontanissime, spesso senza la certezza di poter tornare.
Una seconda, grande stagione di partenze arrivò nel secondo dopoguerra, quando l’Italia meridionale visse un nuovo massiccio movimento migratorio, questa volta orientato anche verso l’Europa: Germania, Svizzera, Belgio e Francia accolsero decine di migliaia di pugliesi, impiegati soprattutto nell’industria e nelle miniere. È di questi anni una delle pagine più dolorose della memoria collettiva del Sud: l’8 agosto 1956, la tragedia mineraria di Marcinelle, in Belgio, costò la vita a 262 minatori, tra cui numerosi italiani, molti dei quali provenienti proprio dal Mezzogiorno. Una data che la memoria popolare pugliese non ha mai del tutto dimenticato, e che ancora oggi riaffiora nei racconti tramandati in famiglia.
Il ritorno d’estate, un rito collettivo
È proprio da questa lunga storia di partenze che nasce un fenomeno che chiunque viva la provincia di Bari conosce bene: il ritorno estivo degli emigrati, o più spesso oggi dei loro figli e nipoti, cresciuti altrove ma legati a queste terre da un filo mai reciso. Un fenomeno che si intreccia profondamente con le feste patronali di fine estate, diventate negli anni vere e proprie occasioni di ricongiungimento per intere famiglie sparse nel mondo.
Ad Acquaviva delle Fonti, la festa patronale della Madonna di Costantinopoli, che culmina il primo martedì di settembre, richiama ogni anno tantissimi acquavivesi residenti all’estero, che programmano le proprie ferie proprio in coincidenza con questi giorni di festa, tra la peregrinatio dell’icona nelle sette parrocchie cittadine, il rito dell’Intronizzazione e la solenne processione che attraversa il centro storico.
A Mola di Bari, la “Festa Grande” dedicata a Maria Santissima Addolorata, in programma la seconda domenica di settembre, rappresenta da sempre un momento di consueto ritrovo, raccoglimento e ricongiunzione per l’intera comunità molese, comprese le famiglie che, negli anni, hanno costruito la propria vita lontano dal paese natale ma che ogni anno tornano per la festa patronale, mantenendo vivo un legame che la distanza non è mai riuscita a spezzare.
Toritto e HEIMAT: quando la memoria diventa opera
Se molte feste patronali hanno assorbito nel tempo, quasi implicitamente, la funzione di richiamo per gli emigrati, a Toritto questo legame viene reso esplicito attraverso un appuntamento dedicato interamente a loro. Sabato 5 settembre, nel cuore dei festeggiamenti per i Santi Patroni, torna infatti la Festa dell’Emigrante, quest’anno arricchita dall’inaugurazione di “HEIMAT – Storie di memorie migranti”, la nuova opera pubblica dell’artista Jasmine Pignatelli, pensata come un vero luogo della memoria collettiva in cui i cittadini potranno donare fotografie di famiglia legate all’emigrazione da Toritto.
Un tempo in cui eravamo noi a partire
Vale la pena fermarsi su un aspetto che questo tipo di appuntamenti, spesso senza dichiararlo esplicitamente, porta con sé: il ricordo di un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui erano gli abitanti di questa terra a lasciare tutto per cercare fortuna altrove. Un tempo in cui gli emigrati eravamo noi, in cui le nostre famiglie affrontavano viaggi lunghissimi, lingue sconosciute, lavori durissimi, con la valigia di cartone come unico bagaglio e la speranza di un futuro migliore come unica certezza.
Recuperare questa memoria, attraverso feste patronali che diventano occasioni di ritorno o attraverso opere pubbliche come quella di Toritto, non significa soltanto onorare chi è partito ma anche restituire alla comunità intera la consapevolezza di una storia condivisa, fatta di partenze e di ritorni, di distanze e di legami che sono riusciti a resistere al tempo. Una memoria che, in un presente in cui i flussi migratori continuano a interrogare la società italiana, da un’altra prospettiva, meriterebbe di restare sempre ben presente: quella di una terra che, non troppo tempo fa, ha vissuto in prima persona cosa significhi partire in cerca di un futuro migliore.

