Questa mattina, il Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare di Bari è stato il cuore pulsante delle celebrazioni per l’81° anniversario della Liberazione nazionale. Alla presenza delle autorità civili, militari e dei rappresentanti dell’ANPI, il sindaco Vito Leccese ha pronunciato un discorso intenso e politico, rivendicando il ruolo storico della città nel percorso che portò alla nascita della Repubblica.
Leccese ha ricordato come Bari, tra le macerie del bombardamento del porto del 1943 e il primo storico Congresso dei CLN del 1944, sia stata un vero “laboratorio politico” dove il dissenso si trasformò in progetto di Stato.
“Liberazione, non della Libertà”
Il passaggio centrale dell’intervento del sindaco ha toccato la natura stessa della ricorrenza, sottolineando la necessità di chiamare le cose con il loro nome:
- Nessuna ambiguità: “Questa è la Festa della Liberazione, non della Libertà”, ha scandito Leccese, spiegando che la democrazia non nasce per caso, ma da una scelta precisa di campo contro il nazifascismo.
- Una storia corale: Il sindaco ha reso omaggio non solo ai partigiani, ma ai militari che dissero “no” dopo l’8 settembre, alle donne staffette, agli operai e agli intellettuali di ogni colore politico che scelsero di non restare neutrali.
- La voce di Radio Bari: È stato ricordato il ruolo della prima emittente libera d’Europa, i cui messaggi in codice (come “Il gallo canta” o “La gavetta è vuota”) guidavano i partigiani nell’ombra.
Memoria storica e attualità giudiziaria
Leccese ha intrecciato il ricordo personale — citando il padre partigiano — con i fatti di cronaca recente. Ha richiamato con forza la sentenza del Tribunale di Bari che ha riconosciuto la matrice fascista delle violenze avvenute in città nel settembre 2018: “Dire che quella violenza è fascista significa affermare che nella nostra democrazia non c’è spazio per chi usa la violenza e si richiama a quell’ideologia”.
Il discorso si è concluso con un richiamo agli 80 anni della Repubblica e al primo voto delle donne, celebrando quella generazione che, come “papaveri rossi”, non ebbe paura di perdere tutto per garantire un futuro democratico al Paese.

