È una sentenza che fa rumore quella pronunciata il 9 luglio 2025 dal Tribunale Penale di Bari – I Sezione in composizione monocratica. Protagonista del procedimento, una dottoressa di origini baresi, accusata ingiustamente di stalking e calunnia nei confronti dell’uomo che, solo pochi anni prima, era stato condannato in via definitiva per averla aggredita con violenza.
Il giudice ha assolto la donna con formula piena, “perché il fatto non sussiste”. Un verdetto che ristabilisce giustizia e verità, smontando un castello accusatorio rivelatosi del tutto infondato ma che, al contempo, mette in luce una dinamica inquietante: quella delle contro-denunce da parte di uomini già condannati per violenza, che si trasformano in strumenti di intimidazione processuale.
Una doppia violenza: fisica e giudiziaria
I fatti risalgono al periodo tra il 2017 e il 2018, quando la dottoressa subì una violenta aggressione da parte del suo compagno, condannato poi per lesioni. Durante il periodo di misura cautelare a carico dell’uomo, la donna, assistita dall’avvocato Antonio La Scala e supportata dall’associazione Gens Nova ODV, continuò a denunciare la violazione del divieto di avvicinamento da parte dell’ex compagno.
Fu proprio a seguito di queste denunce che l’uomo la accusò di stalking e calunnia, sostenendo di aver subito vessazioni tali da cambiare le proprie abitudini di vita. Un’accusa che si è rivelata priva di fondamento e che la difesa dell’avvocata Tiziana Cecere ha smontato dimostrando l’assoluta assenza dell’elemento psicologico del dolo.
L’importanza della sentenza
“Questa assoluzione assume una fortissima valenza – afferma l’avvocata Cecere – poiché riconosce che la violenza non è un fatto privato ma una ferita profonda per la società civile e per il sistema di valori.”
La vicenda non è un caso isolato, è ormai purtroppo ricorrente lo schema in cui la vittima di violenza, nel tentativo di denunciare e difendersi, si ritrova trascinata in nuovi procedimenti penali, accusata da chi ha già dimostrato comportamenti violenti. Un uso strumentale della giustizia che produce un effetto di intimidazione e scoraggia molte donne dal denunciare.
Una rete per la cultura del rispetto
L’assoluzione della dottoressa è anche una vittoria per chi da anni, dentro e fuori le aule giudiziarie, si impegna per costruire una cultura della parità di genere e della non violenza. L’avvocato Antonio Maria La Scala e l’avvocata Tiziana Cecere, da anni attivi nel sostegno legale e sociale alle vittime, hanno ribadito l’urgenza di un’educazione al rispetto sin dalla prima infanzia.
Con le associazioni Gens Nova ODV e Fermiconlemani APS ETS, portano avanti campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei contesti civili per contrastare ogni forma di discriminazione, online e offline.
“Silenzio e indifferenza – conclude Cecere – sono alleati della violenza. Sentiamo il dovere morale di smuovere le coscienze in favore di una cultura della parità e della non sopraffazione.”
Il messaggio
Il caso della dottoressa è un monito per tutti: occorre credere alle vittime, difenderle non solo nei tribunali ma anche nella società. Occorre vigilare affinché la giustizia non venga usata come strumento di vendetta da parte di chi ha già dimostrato disprezzo per la dignità e la libertà dell’altro. Costruire un futuro libero dalla violenza è possibile ma richiede il coraggio di ciascuno, ogni giorno.

