Un presepe senza Gesù Bambino, con la culla volutamente vuota davanti alla chiesa. Un gesto semplice che ha acceso il dibattito ben oltre i confini della città. È l’iniziativa scelta da don Michele Stragapede, parroco di Terlizzi, per lanciare un messaggio chiaro e scomodo nel cuore delle festività natalizie: non può esserci Natale mentre nel mondo si continua a fare la guerra.

Una culla vuota come simbolo delle vittime dei conflitti

Davanti alla chiesa, il presepe è completo in ogni suo elemento, ma manca ciò che dovrebbe esserne il centro: Gesù Bambino. Al suo posto, il vuoto. Una scelta non casuale, spiegata dallo stesso parroco come una forma di denuncia simbolica contro le guerre che continuano a mietere vittime innocenti, soprattutto bambini.

Secondo don Stragapede, il presepe non può ridursi a una rappresentazione tradizionale e rassicurante mentre, nello stesso momento, inermi vengono uccisi, sfollati, privati di futuro. La culla vuota diventa così l’immagine di tutte le vite spezzate, dei bambini che non hanno la possibilità di nascere, crescere, vivere.

«Abbiamo dichiarato guerra alla vita»: una provocazione che interpella le coscienze

Il parroco non usa mezzi termini e parla apertamente di una responsabilità collettiva, di un’umanità che – di fronte ai conflitti in corso – sembra aver accettato la guerra come normalità. Lasciare vuoto il presepe significa rifiutare l’ipocrisia di celebrare la pace solo a parole, mentre la violenza continua a essere tollerata o giustificata.

Il messaggio è diretto soprattutto ai fedeli ma anche alle istituzioni e alla comunità internazionale: se Gesù nasce come segno di pace, allora non può “nascere” in un mondo che sceglie la guerra. La culla resterà vuota finché non ci sarà una presa di coscienza reale, non solo simbolica.

Un Natale che scuote, non consola

L’iniziativa di Terlizzi rompe gli schemi di un Natale spesso ridotto a rito, tradizione, consumo. Qui il presepe non consola ma disturba, costringe a fermarsi, a chiedersi cosa significhi davvero celebrare la nascita di Cristo in un tempo segnato da conflitti armati, crisi umanitarie e silenzi assordanti.

Non è la prima volta che il presepe viene utilizzato come strumento di riflessione sociale ma il gesto di don Michele Stragapede colpisce per la sua radicalità: togliere il centro per far emergere l’assenza, rendere visibile ciò che spesso si preferisce non guardare.

Un messaggio che va oltre Terlizzi

La culla vuota davanti alla chiesa di Terlizzi è diventata rapidamente un simbolo che parla anche a chi non frequenta i luoghi di culto. È un invito a interrogarsi sul senso profondo del Natale, sulla pace invocata nei canti e nelle liturgie, ma spesso tradita nei fatti.

In un tempo in cui le immagini di guerra scorrono quotidianamente senza più indignare, quel vuoto nel presepe diventa una domanda aperta: che Natale è, se manca la pace?

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ViviBari
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