La Corte Costituzionale dà ragione alla Regione Puglia e boccia il ricorso del Governo: la legge regionale che impone una soglia minima di 9 euro l’ora alle imprese che partecipano ai bandi regionali è legittima.

Con la sentenza n. 188, depositata il 16 dicembre, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Presidenza del Consiglio dei ministri contro la normativa pugliese, confermando di fatto la validità di una scelta che mette al centro la dignità del lavoro negli appalti pubblici.

La norma: 9 euro l’ora come criterio nei bandi regionali

La legge regionale pugliese non introduce un salario minimo generalizzato ma stabilisce che negli appalti e nelle concessioni regionali la soglia dei 9 euro l’ora rappresenti un criterio di riferimento per la selezione dei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) indicati negli atti di gara.

Un perimetro ben definito, che riguarda esclusivamente la sfera degli appalti pubblici regionali e degli enti strumentali, senza invadere la competenza statale in materia di ordinamento civile o contrattazione collettiva nazionale.

È proprio su questo punto che la Corte ha fondato la propria decisione, chiarendo che la Regione non impone un obbligo generalizzato di retribuzione minima a tutti i rapporti di lavoro privati ma esercita una legittima discrezionalità nella gestione delle proprie procedure di evidenza pubblica.

Il ricorso del Governo e la decisione della Consulta

Il Governo aveva contestato la legge pugliese sostenendo una violazione degli articoli 36, 39 e 117 della Costituzione, ritenendo che la norma regionale potesse ledere l’autonomia della contrattazione collettiva e interferire con competenze riservate allo Stato.

La Corte Costituzionale, però, non è entrata nel merito di queste censure, dichiarando le questioni inammissibili proprio perché la legge regionale ha un ambito applicativo circoscritto e non incide sui livelli essenziali delle prestazioni né introduce un salario minimo nazionale.

Un passaggio che rafforza il principio secondo cui le Regioni possono, nel rispetto delle competenze, orientare le proprie politiche pubbliche verso criteri di equità e qualità del lavoro.

Emiliano: “Una vittoria storica per il lavoro”

Soddisfatto il commento del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ha parlato apertamente di una svolta: “La Puglia ha fatto una scelta giusta e la Corte costituzionale ci ha dato ragione. Il lavoro non può essere svalutato, mai. È una vittoria storica: la Puglia è la prima Regione in Italia a difendere concretamente le retribuzioni, in assenza di una tutela nazionale. Quando le istituzioni stanno dalla parte delle persone, il risultato arriva”.

Parole che rivendicano una scelta politica chiara: usare la leva degli appalti pubblici per contrastare il dumping salariale, tutelando lavoratori e imprese sane, senza scivolare in assistenzialismi o imposizioni generalizzate.

Un segnale politico che va oltre la Puglia

La sentenza n.188 assume un valore che supera i confini regionali. In un Paese ancora privo di una legge nazionale sul salario minimo, la decisione della Consulta apre uno spazio concreto per politiche territoriali responsabili e orientate al lavoro di qualità, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il tema delle retribuzioni basse resta centrale.

È un messaggio anche al legislatore nazionale: il tema esiste, è urgente e non può essere eluso. Nel frattempo, la Puglia dimostra che difendere il lavoro non significa frenare lo sviluppo, ma costruire regole chiare, trasparenti e competitive per chi vuole operare con correttezza.

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ViviBari
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