La Compagnia Diaghilev torna a confrontarsi con Luigi Pirandello e sceglie uno dei testi più complessi e meno frequentati del suo repertorio. Dal 27 gennaio al 15 marzo, l’auditorium Vallisa di Bari ospiterà 44 recite di Non si sa come, dramma in tre atti scritto nel 1934, inserito nella stagione “Teatro Studio 2026”, sostenuta dal Ministero della Cultura, dalla Regione Puglia e dal Comune di Bari.
Lo spettacolo, diretto da Paolo Panaro, che è anche in scena, propone una riflessione asciutta e intensa sull’agire umano, sui limiti della coscienza e sull’impossibilità di spiegare fino in fondo le proprie azioni. Insieme a Panaro recitano Antonio Carella, Lara De Pasquale, Francesco Lamacchia e Caterina Petrarulo, mentre i costumi, essenziali e fortemente evocativi, sono firmati da Angela Gassi. Le rappresentazioni si tengono dal lunedì al mercoledì alle 20, il giovedì e la domenica alle 19, il venerdì e il sabato alle 21.
Al centro della vicenda c’è Romeo Daddi, interpretato da Francesco Lamacchia: un uomo stimato, apparentemente irreprensibile, che si ritrova coinvolto in una relazione con Ginevra, moglie del suo amico Giorgio Vanzi. Un gesto che non nasce da una scelta consapevole, ma che sembra imporsi senza una vera spiegazione, incrinando definitivamente le certezze morali del protagonista. A complicare il quadro, riaffiora anche il ricordo di un delitto avvenuto in passato, di cui Romeo non riesce a ricostruire le ragioni.
Pirandello costruisce così un dramma che ruota attorno a colpa, responsabilità e destino, mettendo in discussione l’idea stessa di libero arbitrio. L’uomo, suggerisce il testo, non è mai del tutto padrone delle proprie azioni: impulsi oscuri e incontrollabili possono determinare scelte irreversibili, lasciando dietro di sé solo smarrimento e domande senza risposta.
Nel nuovo allestimento della Compagnia Diaghilev, Non si sa come si conferma un testo di forte attualità, capace di parlare anche allo spettatore di oggi. Un teatro che non offre soluzioni, ma invita a guardare nelle zone d’ombra dell’identità e ad accettare, con inquietudine, il limite della comprensione di sé.

