C’è un punto oltre il quale non bastano più le analisi tattiche, i numeri, le giustificazioni. Quel punto è stato superato. Dopo la sconfitta interna contro il Sudtirol, il Bari non è soltanto penultimo in classifica: appare smarrito, svuotato, in completo disarmo e questo, più della graduatoria, è il dato che preoccupa.

Perché le partite si possono perdere, le stagioni possono andare male, ma ciò che non può mancare è il senso di appartenenza, la tensione agonistica, la percezione che chi scende in campo stia difendendo qualcosa che va oltre il contratto.

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In queste settimane, invece, l’impressione è diversa. Troppi giocatori sono arrivati per recuperare la condizione fisica, per rilanciarsi, per “farsi vedere”. Molti sono in prestito, con lo sguardo già rivolto altrove. Legittimo, nel calcio moderno, ma una squadra non si costruisce con calciatori di passaggio che vivono Bari come una parentesi.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una formazione fragile, che fatica a reagire, che sembra non avere più né un’identità né una direzione. Il penultimo posto è la fotografia numerica di un malessere più profondo.

Anche la guida tecnica racconta qualcosa di questa fase. L’allenatore è tornato perché legato da un contratto in essere, che scade a giugno. Poi, ognuno per la propria strada. È una situazione che trasmette inevitabilmente provvisorietà e quando tutto appare temporaneo, anche la progettualità si dissolve.

Il nodo centrale, però, non è solo tecnico, è societario. Da tempo si è compreso che la proprietà non intende investire ulteriormente con decisione. Le regole federali sono chiare: non è possibile avere due squadre nella stessa categoria e in prospettiva la Serie A rappresenterebbe un limite strutturale. Oggi, però, il problema non è la massima serie: il rischio concreto si chiama Serie C.

Bari non è una piazza qualsiasi.

Lo ha dimostrato negli anni, lo ha dimostrato riempiendo il San Nicola nei momenti cruciali, lo ha dimostrato nella finale playoff, lo ha dimostrato anche quando ha dovuto ripartire dal basso. Questa città ha una cultura calcistica forte, una tifoseria competente, una fame di futuro che non merita incertezza permanente.

Se la proprietà ritiene concluso il proprio ciclo, lo dica con chiarezza. Se ritiene di non poter più garantire investimenti coerenti con le ambizioni del territorio, apra formalmente alla ricerca di un acquirente. L’ambiguità è il vero nemico in questa fase.

La palla, oggi, è fuori dallo stadio.

Serve un soggetto disposto a rilevare la società e a costruire un progetto credibile. Anche ripartendo dalla Serie C, se necessario, ma con un piano industriale, con investimenti programmati, con una dirigenza stabile e con una visione di medio periodo. I tifosi non chiedono illusioni ma serietà.

Un club di calcio è un’impresa, certo, ma è anche un patrimonio collettivo, un elemento identitario. Quando una squadra appare senza anima, la frattura non è solo sportiva ma è emotiva. In questo momento non servono proclami. Servono atti concreti e trasparenza. Serve una direzione chiara, Bari non può vivere nell’attesa perenne di una stagione che “forse” cambierà le cose.

Il tempo delle spiegazioni è finito, ora è il tempo delle decisioni. Chi ha la possibilità di intervenire, lo faccia. Chi può dare slancio alle ambizioni di questa piazza, si faccia avanti. Il Bari merita rispetto, che poi significa progetto.

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By Gennaro Del Core

Comunicatore e giornalista

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