La sconfitta di Empoli, quel 5-0 che pesa più del risultato, non è solo una tappa negativa in una stagione già complicata. È il simbolo di un malessere più profondo, che coinvolge la squadra, la società e — inevitabilmente — la città. Vincenzo Vivarini è appena arrivato, chiamato a sostituire Fabio Caserta, e nessuno può pretendere miracoli dall’oggi al domani. Il problema, infatti, non è solo tecnico.

La classifica preoccupa, certo, ma a inquietare davvero è il contesto societario: un nodo che da anni tiene il Bari in una condizione sospesa, senza ambizioni reali né prospettive chiare. La proprietà De Laurentiis gestisce il Napoli e il Bari ma la normativa non consente di avere due squadre nella stessa categoria — e dal 2028 non sarà possibile nemmeno in categorie diverse.

Tradotto: anche volendo, non si può costruire un progetto per portare il Bari in Serie A, perché vorrebbe dire dover vendere il club nel giro di un mese. Una contraddizione evidente, che non è colpa di nessuno in particolare, che impedisce ogni passo ambizioso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: annate anonime, talvolta persino pericolose come questa. Un limbo che crea frustrazione nei tifosi e stallo nelle scelte: investire tanto per poi essere obbligati a uscire non è razionale.

Il vero tema che più dovrebbe interrogare la città: la mancanza di alternative. I tifosi invocano un cambio di proprietà, e fanno bene, ma finora il territorio — quello economico, imprenditoriale — non ha risposto. Eppure le realtà importanti non mancano.

Serve però una visione: il calcio non è solo tifo e passione. È anche economia, indotto, occupazione, immagine del territorio. Una squadra che arranca non è solo un dolore sportivo: è un freno anche sul piano sociale ed economico.

La politica locale, poi, guarda al Bari con intensità variabile: grande coinvolgimento in campagna elettorale, silenzio negli altri mesi. Una squadra come il Bari — simbolo identitario di un’intera provincia — dovrebbe essere trattata come una questione strategica, non come un tema occasionale.

Non si tratta di chiedere aiuti o assistenzialismo: il calcio, come ogni settore, cresce quando c’è una proprietà solida che investe perché vede prospettive e ritorni. Bari è una piazza che garantisce entrambi: passione popolare come poche in Italia, bacino economico rilevante, una città che sta vivendo un percorso di crescita culturale, turistica e imprenditoriale.

L’auspicio, allora, è semplice quanto necessario: che si faccia avanti una proprietà pronta a investire davvero, con una visione industriale prima ancora che sportiva. Bari merita un progetto forte, non per nostalgia o romanticismo, ma perché è un investimento che può generare valore vero — per la squadra, per i tifosi e per l’intero territorio.

Perché il calcio, qui, non è solo un gioco. È parte della città e il Bari merita di tornare a guardare in alto, con ambizione, competenza e una guida che creda davvero nel futuro di questa squadra.

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By Gennaro Del Core

Comunicatore e giornalista

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