Un futuro immaginato quasi un secolo fa, artisti capaci di mettere in discussione la nostra percezione del vero e immagini che attraversano i conflitti e le paure del presente. PhEST, il festival internazionale di fotografia e arte, ritorna ad animare Monopoli, in Puglia, dal 7 agosto al 1° novembre 2026, con un’undicesima edizione che si interroga sulle infinite possibilità della realtà. Il tema scelto, “What if?”, funge da filo conduttore per un programma che intreccia fotografia, arte contemporanea, cinema e memoria, invitando il pubblico a guardare il mondo da prospettive inedite e a immaginare ciò che potrebbe ancora accadere.
Il festival, punto di riferimento nel panorama culturale internazionale, trasforma nuovamente il centro storico di Monopoli in un museo a cielo aperto, consolidando il suo ruolo di connettore tra arte, territorio e comunità. L’edizione di quest’anno esplora le fragilità del nostro tempo e gli spazi ancora aperti al cambiamento, attraverso un percorso espositivo che spazia tra futuri distopici, paesaggi in trasformazione, archivi e invenzioni visive.
Da “Metropolis” a Vivian Maier: i grandi nomi in mostra
Il programma di PhEST 2026 si apre con un omaggio alla potenza visionaria del cinema del Novecento. La mostra dedicata alle rare fotografie di Horst von Harbou, realizzate sul set del capolavoro di Fritz Lang, Metropolis (1927), proietta lo spettatore in un futuro pensato quasi cento anni fa ma di sconcertante attualità, fatto di macchine, architetture monumentali e corpi disciplinati.
Un altro appuntamento di grande rilievo è l’omaggio a Vivian Maier nel centenario della sua nascita. La mostra Shadows and Mirrors esplora uno dei nuclei più profondi della sua ricerca: l’autoritratto come affermazione della propria esistenza. Attraverso riflessi, ombre e sagome, la “tata fotografa”, il cui immenso archivio fu scoperto per caso solo nel 2007, inserisce la sua presenza nelle immagini, trasformando ogni scatto in una traccia di identità.
Tra le figure più radicali spicca Roger Ballen, con un percorso che riunisce i progetti Inferno e Outland. Il primo, ispirato alla Divina Commedia, è una discesa nei territori dell’inconscio, mentre il secondo segna il passaggio verso un territorio ambiguo tra realtà e finzione, popolato da figure enigmatiche in un teatro dell’assurdo. Con What Darwin Missed, l’artista spagnolo Joan Fontcuberta torna a interrogare la relazione tra immagine, conoscenza e finzione, utilizzando i coralli per confondere i confini tra natura e artificio, parodiando il linguaggio della divulgazione scientifica.
Tra conflitti, paure e critica al presente
L’undicesima edizione di PhEST dedica ampio spazio a progetti che interrogano il presente dei conflitti e le tracce che essi lasciano sui corpi e nei territori. In What To Do With a Million Years, la fotografa londinese Juno Calypso trasforma un rifugio antiatomico di lusso costruito a Las Vegas in un set visionario e perturbante, dove bellezza, solitudine e paura della fine si intrecciano.
Harri Pälviranta, con Choreography of Violence, rielabora fotografie di cronaca su episodi reali di violenza, analizzando il modo in cui i media hanno rappresentato le aggressioni e il potere che le immagini esercitano sulla nostra memoria. Marek Kita, con FUNFUN/GUN, osserva i campi militari per bambini come un cortocircuito tra gioco, educazione e immaginari bellici, interrogandosi sul confine tra preparazione e condizionamento. Le conseguenze dei test nucleari nel deserto del Rajasthan sono invece al centro di When Buddha Stopped Smiling della fotografa indiana Chinky Shukla, che riflette sul costo umano ed ecologico della corsa agli armamenti.
Le residenze d’artista e le nuove scoperte
PhEST 2026 conferma la sua vocazione di festival radicato nel territorio, presentando gli esiti di importanti residenze d’artista. Sara Angelucci, artista italo-canadese, ha sviluppato nella Riserva Naturale di Torre Guaceto una ricerca dedicata alla biodiversità locale, costruendo immagini botaniche ad altissima definizione. Giuseppe De Mattia, con Pelo e contropelo, ha invece raccolto voci, aneddoti e “pettegolezzi” nel cuore di Monopoli, trasformando il mormorio della comunità in un’installazione visiva che restituisce un ritratto corale e ironico della città.
Il festival continua inoltre a promuovere le nuove ricerche fotografiche attraverso la Pop-up Call, i cui vincitori per il 2026 sono Francesco Conti con un’indagine sulla costa adriatica pugliese, e per la sezione internazionale, Sergey Melnitchenko, con un racconto diretto della guerra in Ucraina, e Victorine Alisse, con un lavoro sulla resistenza silenziosa di un villaggio palestinese.

