Il fragore delle perquisizioni condotte dalla Guardia di finanza e l’eco delle gravissime accuse di bancarotta fraudolenta chiudono una stagione drammatica per il calcio cittadino, proiettando la società in un vortice di incertezza che travalica il semplice risultato sportivo.

Le indagini della procura faranno il loro iter fisiologico per accertare le responsabilità penali dei vertici aziendali ma il nostro dovere di osservatori impone di sollevare lo sguardo oltre il fascicolo giudiziario per analizzare le macerie di un progetto industriale naufragato senza appello. Il modello della multiproprietà ha mostrato tutte le sue fragilità strutturali, confermando come la gestione di una piazza esigente e appassionata alla stregua di una filiale periferica rappresenti un errore strategico imperdonabile per chiunque voglia fare impresa nel mondo dello sport.

Il dramma sportivo e le vie d’uscita

Un’azienda calcistica privata delle sue legittime ambizioni di crescita e limitata da vincoli normativi insuperabili finisce per implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni interne. I trenta milioni di euro di perdite ipotizzati dagli inquirenti non costituiscono un mero squilibrio contabile ma raccontano la storia di una governance orientata al ribasso, sorda di fronte alle richieste di un territorio che chiedeva programmazione e rispetto.

La famiglia De Laurentiis ha sottovalutato il peso specifico dell’identità barese, innescando una frattura emotiva con la tifoseria che nessuna operazione di cosmesi avrebbe potuto sanare.

In questo scenario di desolazione il club si trova di fronte a un bivio ineludibile che non ammette soluzioni intermedie o tatticismi dilatori. La prima strada porta verso un complesso e oneroso salvataggio finanziario. Questa opzione richiede un intervento di capitale massiccio da parte dell’attuale proprietà o l’ingresso provvidenziale di un fondo di investimento terzo, disposto a farsi carico dell’intera esposizione debitoria per evitare il crac nelle aule del tribunale fallimentare.

Una simile manovra garantirebbe la conservazione del titolo sportivo e la permanenza nel campionato professionistico di Serie C ma imporrebbe una convivenza forzata tra una dirigenza delegittimata e una città in aperta rivolta.

L’alternativa a questa iniezione di capitali è lo scenario più temuto dagli addetti ai lavori ma invocato a gran voce da buona parte della piazza: il fallimento societario con la conseguente liquidazione giudiziale. Nel tessuto economico tradizionale il crac di un’azienda rappresenta un dramma sociale e occupazionale senza precedenti. Nel microcosmo del tifo calcistico questa prospettiva assume contorni quasi paradossali e liberatori, sono già migliaia i sostenitori che si dichiarano pronti ad accettare la dolorosa cancellazione dal professionismo e la ripartenza dai campi dilettantistici della Serie D, pur di recidere ogni legame formale e sostanziale con l’attuale proprietà e con i suoi rappresentanti.

Ripartire dai dilettanti?

Questo diffuso desiderio di tabula rasa fotografa il collasso definitivo del rapporto fiduciario tra i vertici aziendali e la comunità locale, disposta a sacrificare la categoria in nome della dignità. L’onda di commozione che ha accompagnato nei giorni scorsi l’intitolazione della Curva Nord a Igor Protti dimostra proprio questa fame di valori autentici e di bandiere pulite, concetti distanti anni luce dalle fredde logiche delle plusvalenze e dei bilanci speculativi.

La caduta in picchiata della società biancorossa non produce effetti circoscritti al solo rettangolo di gioco ma genera un’onda d’urto in grado di colpire una fetta rilevante dell’economia cittadina. Un club di calcio professionistico strutturato e vincente agisce come un formidabile moltiplicatore di ricchezza per il territorio, creando un indotto che abbraccia il settore della ristorazione, i trasporti locali, il merchandising e le attività turistiche legate agli eventi sportivi.

La paralisi gestionale imposta dalla multiproprietà e aggravata dalle vicende giudiziarie in corso ha di fatto congelato questo potenziale economico, privando Bari di un motore di sviluppo imprescindibile. L’assenza di investimenti sulle strutture, la rinuncia alla creazione di un centro sportivo di proprietà e la svalutazione sistematica del marchio hanno impoverito non solo il bilancio societario ma l’intero sistema commerciale che gravita attorno allo stadio San Nicola.

In questo vuoto di prospettive emerge in tutta la sua rilevanza il ruolo delle istituzioni pubbliche, chiamate a erigere un argine a tutela del patrimonio collettivo. La scelta del sindaco Vito Leccese di avviare verifiche urgenti per congelare la concessione dell’impianto sportivo costituisce un segnale di grande consapevolezza amministrativa e di garanzia per l’intera cittadinanza. Il primo cittadino ha compreso la gravità della situazione e ha deciso di utilizzare l’infrastruttura monumentale progettata da Renzo Piano come leva strategica, stabilendo il principio per cui il contenitore pubblico non può essere lasciato in ostaggio di una crisi d’impresa privata di tale portata. Un’amministrazione lungimirante ha il dovere di proteggere i propri asset e di dettare regole chiare a chiunque voglia fare business sul territorio.

Il futuro del Bari impone una riflessione corale che deve coinvolgere l’intero tessuto produttivo della nostra area metropolitana.

Ricominciare da zero o gestire una complessa transizione societaria per evitare la scomparsa del titolo sportivo richiederà capitali freschi, visione manageriale e una leadership radicata nel tessuto sociale cittadino. La città ha l’obbligo morale di farsi trovare pronta di fronte a questa sfida epocale, abbandonando l’atteggiamento attendista di chi aspetta l’arrivo del salvatore straniero. Gli imprenditori locali e i professionisti del nostro territorio non possono assistere a questa emorragia di valore con rassegnazione ma devono unire le forze per proporre un modello di governance partecipata e trasparente.

Sopravvivere al naufragio non basta per riaccendere l’entusiasmo di una piazza ferita, serve un progetto di sviluppo industriale solido e ambizioso, capace di trasformare questa profonda crisi aziendale nella più grande opportunità di rinascita della nostra storia sportiva e civile.

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By Gennaro Del Core

Comunicatore e giornalista

2 thoughts on “L’abisso o la rinascita: il futuro della SSC Bari oltre la cronaca giudiziaria e il fallimento della multiproprietà”
  1. Non è ipotizzabile un passaggio da una commissariamento in amministrazione controllata con fitto di ramo d’azienda ?

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ViviBari
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