Che cos’è la moralità quando in gioco c’è la sopravvivenza? Su questo interrogativo, ancora oggi di scottante attualità, si apre il nuovo capitolo della rassegna «Teatro Studio 2026». Dopo il successo delle esplorazioni pirandelliane, la Compagnia Diaghilev torna nell’auditorium Vallisa con un’opera che, al suo debutto nel 1893, fu vittima di una lunga censura nella Gran Bretagna vittoriana: La professione della signora Warren di George Bernard Shaw.
Lo spettacolo, in scena da martedì 17 marzo fino al 12 aprile, segna una nuova tappa nella ricerca del regista Alessandro Machìa, che sceglie la via della sottrazione e dell’essenzialità scenica per lasciare spazio alla potenza della parola e alla verità interpretativa degli attori.
Un duello tra generazioni ed etica
Al centro della trama c’è il conflitto lacerante tra Kitty Warren (interpretata da Paola Martelli), una donna che è riuscita a sfuggire alla miseria gestendo case di tolleranza, e la figlia Vivie (Caterina Petrarulo), giovane laureata cresciuta nell’agio e ignara della provenienza della ricchezza materna.
Il loro incontro non è solo un dramma familiare, ma un implacabile duello intellettuale:
- La pragmatica Vivie incarna l’integrità e la nuova indipendenza femminile.
- La disincantata Kitty rivendica le proprie scelte come l’unico mezzo di riscatto possibile in una società che nega alle donne oneste ogni via di successo economico.
Shaw, premio Nobel e osservatore cinico della borghesia, utilizza questo scontro per denunciare come la moralità pubblica sia spesso solo una facciata che nasconde un sistema fondato sul profitto.
La regia dell’invisibile
Alessandro Machìa dirige un cast di grande esperienza (tra cui Antonio Carella, Paolo Panaro e Francesco Lamacchia) puntando su una messa in scena rigorosa. “Una pratica fondata sul vuoto e sull’ascolto dell’invisibile”, definisce il regista il suo approccio, dove ogni gesto e ogni silenzio servono a smascherare le convenzioni sociali e a restituire allo spettatore la lucidità provocatoria di Shaw.

