Secondo appuntamento per i concerti 2022 a La Dolce Vita di Bari, organizzati dall’associazione Nel Gioco del Jazz. Mercoledì 9 febbraio alle 21, la proposta discografica firmata dal sassofonista e compositore Roberto Ottaviano. Si tratta del disco «Doussoun’ gouni», distribuito da IRD e sostenuto da Puglia Sounds, omaggio al mondo dei griots e alla cultura africana.

Con Ottaviano, sul palco saliranno Giuseppe Todisco (tromba), Francesco Schepisi (tastiere), Gianluca Aceto (basso elettrico), Dario Riccardo (batteria) e Cesare Pastanella (percussioni), gli stessi musicisti del disco, che per l’occasione verrà abbinato in omaggio all’acquisto del biglietto.

Otto i pezzi, tra cui «Wights Waits for Weights» di Steve Coleman, tra i fondatori del movimento M-Base di New York, e «I Got Rock» di Massimo Urbani, mentre gli altri («Wadud», «Joy», «Ode», «River of our Ancestors», «Bebey» e «Black Rain») sono tutti firmati dal sassofonista e compositore barese classe 1957, nel gennaio 2021 confermatosi al vertice del jazz italiano con la consacrazione del doppio cd «Resonance & Rhapsodies» al referendum Top Jazz (primo nella categoria «miglior disco», secondo nelle sezioni «miglior musicista» e «miglior gruppo», l’Eternal Love). Il titolo del disco rimanda al nome dello strumento del Mali che affascinò anche Don Cherry, tra i grandi del free jazz. È la “chitarra” utilizzata dai griots, i cantastorie che custodiscono antiche storie, personaggi chiave della cultura africana. E Ottaviano, proprio come un griot, assembla pensieri e li traduce in «racconti musicali senza parole» ispirati al mondo dei fumetti del disegnatore Jacopo Starace, portavoce di una poetica visionaria e introspettiva.

I brani, registrati il 4 e 5 agosto 2021 ai Sorriso Studios di Tommy Cavalieri, parlano di amore, vulnerabilità, incertezza e solitudine, sentimenti filtrati con un lieve distacco, e rimandano tutti a ispirazioni popolari, in una sorta di folk immaginario sospeso tra tradizione e sperimentazione, fuori da qualsiasi collocazione di genere, in quanto non legati a un tempo o a una moda. «Gli equilibri compositivi tendono a volte verso il blues, ma rappresentano una miscela irresistibile tra l’intelligenza e l’anima dei quattro musicisti coinvolti», spiega Ottaviano, che in uno dei suoi brani celebra il griot camerunense Francis Bebey, oltre a rendere omaggio al jazz metropolitano di Steve Coleman e al compianto sassofonista Massimo Urbani, andatosene troppo presto nel 1993. «Sullo sfondo, si staglia questo Doussoun’ gouni – aggiunge Ottaviano – che è metafora e spirito propiziatorio della convivenza e del passaggio di testimone tra vecchie e nuove generazioni».

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